Rassegna stampa
Servono giovani pronti a fare gli imprenditori
01/10/2010 - Economia e politica
Tag: Giovani Imprenditori, Giovani, Paolo Galimberti, Crisi
«I giovani che vogliono fare impresa? Non si arrendono,per fortuna».E’ un grido di speranza, quello che lancia Paolo Galimberti, presidente dei giovani imprenditori di Confcommercio. Non ci si arrende nemmeno di fronte «a un costo del lavoro che continua a lievitare», neanche «a tasse ingiuste» e alle «infinite» difficoltà date dalla burocrazia.
Galimberti, che momento è questo per un giovane che vuole fare impresa?
«Nel nostro paese c' è una grande voglia di mettersi in gioco. Il 60% dei giovani, lo dicono le nostre ricerche, ha una visione positiva del futuro. Il desiderio di riscatto è forte, non c'è né arrabbiatura né si registra tensione. Sono d'accordo con il ministro Tremonti quando dice che non si può basare la crescita su un nuovo debito. Ma se stringere i cordoni della borsa poteva essere indispensabile in un momento di crisi ora c'è una sola cosa da fare: investire».
E le risorse?
«Proprio perché il momento è difficile dobbiamo concentrarci su chi ha davvero bisogno di investimenti. 1 decimali delle previsioni di crescita poco contano. La crisi picchia sulle piccole e medie imprese. La Kauffman foundation lo ha dimostrato recentemente in uno studio: come si crea occupazione? Con lo start up di nuove imprese, tramite i giovani da una parte e le grosse imprese anziane dall'altra».
I giovani però sono i più colpiti dalia disoccupazione...
«Sono due milioni i giovani che non studiano e non lavorano. Confcommercio giovani propone tre direttrici, molto semplici, per intervenire sulla disoccupazione giovanile. La prima è la riforma della scuola, bisogna cambiare E modello educativo. L'università è orientata al manifatturiero ma così creiamo diplomati e laureati senza gli skill necessari per entrare nel mondo del lavoro, perché l'industria non assume più. Un anno di istruzione in più darebbe un beneficio pari allo 0,7% del Pil».
E quando la scuola è finita?
«Veniamo alla nascita di nuove imprese. I giovani imprenditori italiani sono migliori degli altri perché hanno un tasso di mortalità delle loro imprese inferiore al resto del mondo. Ma solo il 6,3% dei giovani ha preso l'iniziativa imprenditoriale. Se riuscissimo a portare questo dato al 16% riusciremmo ad avere incremento del Pil dello 0,2%».
Già, ma come aiutarli?
«Partiamo da uno snellimento burocratico. Qualcosa si è fatto, ma l'apparato è ancora troppo pesante» .
E le tasse?
«Ci stavo arrivando. Serve una tassazione forfettaria e minima per i primi tre anni di attività giovanile e l'eliminazione dell'Irap. Sa come chiamo io l'Irap? lo la chiamo la tassa sullo sviluppo».
